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La porta di Brandeburgo a Berlino si erge come una metafora per molte cose. Essendo stato in visita lì pochi anni fa e girovagando intorno superficialmente mentre bevevo il mio caffè Starbucks fui colpito da quanto la mia azione sembrava quasi oscena paragonata a tutti quelli che avevano perso le loro vite tentando di seguire la stessa strada solo pochi decenni fa. Questa, la più toccante di tutte le tappe Europee resta oggi un forte simbolo per noi. La porta tra il vecchio e il nuovo, la modernità e la post-modernità, la repressione e la libertà, il secolarismo e il Cristianesimo. Per i Cristiani è anche un promemoria del fatto che risvegliarsi alla fede è un viaggio. Per quelli che tentarono una fuga dall’est all’ovest durante i giorni della guerra fredda essa rappresentò mutevoli lati e mutevoli autorità, rischiando tutto per entrare in un nuovo mondo. Compiere la traversata per alcuni fu una corsa disperata verso la libertà mentre per altri il risultato di anni di meticolosa pianificazione. Oggi possiamo scavalcare facilmente quello che una volta era il confine più fortificato nel mondo senza paura di pistole, cani o mine. La Porta Brandeburgo è comunque anche un simbolo di un qualcosa di più sottile. Si potrebbe dire che rappresenta la fase transitoria della vita che la chiesa in Europa sta sperimentando nella prima parte del 21mo secolo. Trovando la sua strada in un ambiente post-Cristiano essa è ancorata per la sua storia in ciò che è considerato come sicuro e conosciuto mentre nello stesso tempo s’impegna con un contesto ministeriale che è insicuro e indimostrato. Nel suo scenario moderno la chiesa è sempre più emarginata mentre in quello post-moderno cerca di contestualizzare il messaggio del vangelo in una cultura spiritualmente affamata. Questa giustapposizione crea qualche sfida importante per quelli che sono rivestiti della carica di leader. La realtà che le chiese stabilite proprio attraverso la società occidentale si trovano ad affrontare è che ci vuole molta più energia e tempo per muoversi e abitare nel nuovo che semplicemente continuare a fare lo stesso. C’è un bottone di default creato nella psiche di molte chiese, e molti Cristiani pure, che ripristina le impostazioni originali se le cose iniziano a muoversi troppo lontano troppo velocemente. Richiede determinazione e coraggio oltrepassare pure la fede ed essere chiamati a vivere sull’altro lato del confine. Coloro che fanno di questo il più rischioso di tutti i viaggi fuori della Germania dell’Est avevano una risoluta determinazione combinata con la speranza e una chiara visione di come il futuro potrebbe essere. Oggi non ne abbiamo meno bisogno. Possa il 2011 essere un anno di avventura mentre re-immaginiamo una chiesa equipaggiata e intenta a vivere in modo incarnato sull’altro lato delle linee di divisione. Chris Stoddard Dicembre 2010 |

